Categoria notizie Fatti Curiosi
Data : 2 Dicembre 2007
Fonte : Corriere Romagna
C'era una volta l'Embassy.«Eravamo a fine anni '50, inizio anni '60. L'Embassy era inizialmente una tavola calda con 16 posti con annesso un American bar, aperta solo l'estate. I drink venivano serviti da dietro un bancone decorato a mosaico, con un pino enorme al centro. Era una specie di asse sospeso perché così sotto si potevano ammirare le gambe di chi serviva i cocktail, sa erano i tempi in cui si vedevano le prime minigonne. Ci si dava appuntamento per l'aperitivo oppure per il caffè. Ma non era l'aperitivo inteso come oggi. Allora servire i cocktail era un'arte sofisticata che richiedeva una precisione chirurgica. La gente non veniva a mangiare solo le tartine e gli stuzzichini come si fa oggi».Nel '68 la grande ristrutturazione.
« Dopo il '68 si è allargata ed è decollata la parte del ristorante. In parte i clienti della tavola calda che già avevano avuto la possibilità di apprezzare la nostra cucina ci hanno aiutato ad allargare il giro. Ma già da prima l'Embassy era diventato un punto di ritrovo pari alla Capannina di Forte dei Marmi e al Savioli di Riccione. Le stagioni avevano un ritmo serrato con uno spettacolo di punta alla settimana in cui si alternavano musica, cabaret e varietà. Ogni sette giorni si organizzava una sfilata e tra le altre cose nel '55 abbiamo anche ospitato una finale di Miss Italia. Tantissimi grandi nomi erano di casa o venivano comunque a cenare dopo le esibizioni in Romagna. Mike Bongiorno, Harry Salvador, Gino Bramieri, più recentemente anche Carlo Verdone e Renato Zero. Mina e Celentano passavano dalla cambusa per non essere assaliti da migliaia di fan che li aspettavano dal pomeriggio. Una volta non c'era una copertura televisiva così come oggi. Molti impiegavano il locale come trampolino di lancio».Da mare a monte, per un po' lei è stato anche al Paradiso.«Dal '65, sempre in società con Semprini e Mulazzani che erano i proprietari dell'Embassy, gestivamo anche il Paradiso. L'impegno in parallelo è andato avanti per una decina d'anni. C'era un piccolo spazio in cui tutto veniva cucinato flambée. Poi alle 2, pasta per tutti. I famosi maccheroncini alla Embassy con prosciutto, piselli, pomodoro e una lacrima di panna per amalgamare il tutto».Chi erano i giovani riminesi che segnarono l'epoca d'oro dell'Embassy?
«C'erano i clienti famosi come Sergio Zavoli, Pietro Arpesella, Federico Fellini e Giulietta Masina con cui spesso si pranzava insieme perché erano di casa e si era instaurato un rapporto di amicizia. Ricordo che Fellini amava le ricette più propriamente riminesi come i sardoncini alla griglia, i cassoncini, i seppiolini ripieni, i canestrini e le canocchie. Gli piaceva molto la conversazione e ogni volta voleva che mia moglie Rita, che restava sempre in disparte in cucina, si sedesse con noi a bere il caffè. Poi c'erano i giovani del posto. Alcuni erano figli di papà che offrivano da bere a destra e a manca, altri erano magari più squattrinati, non consumavano niente ma erano ben vestiti e avevano modi gentili. Così li facevamo entrare ugualmente nel locale per fare ballare le signorine. A fine serata uscivano tutti accompagnati».Il trionfo dei "vitelloni".
«Sì, mi ricordo che d'estate cercavano di acchiappare le ragazze con la pelle chiara perché significava che erano appena arrivate in città. Quelle che erano già belle e abbronzate erano in partenza e non valeva la pena di impegnarsi per pochi giorni di vacanza rimasti».Lei era testimone di nottate folli di divertimento, ma la sua vita invece com'era?
«Una vita di sacrifici, ma rifarei tutto quello che ho fatto. Lavoravo circa 20 ore al giorno. Io in sala e al bar, mia moglie in cucina, i nostri tre figli piccoli a dare una mano come potevano. Quando chiudevo alle 5 del mattino andavo al mercato ortofrutticolo e poi a quello del pesce a fare la spesa. Se riuscivo facevo anche una capatina dai contadini a comperare le uova o i polli nostrani. Ho sempre avuto il pallino delle materie prime di qualità e penso di averlo trasmesso anche ai miei figli. Dormivo solo qualche ora al pomeriggio».Che fine farà il patrimonio culinario dell'Embassy?«Mia moglie Rita trasferirà qualche segreto alla cucina di Papille, l'enoteca di mio figlio Marco a San Giuliano. Non riesce a stare lontana dai fornelli!».
Chi potrebbe essere un erede spirituale di tanta passione per la cucina?«Tra i giovani del posto non mi viene in mente nessuno. Tempo fa c'era un ragazzo ambizioso e appassionato che è passato anche dalle cucine dell'Embassy. Si capiva che avrebbe fatto strada, infatti era Gino Angelini (oggi celebre chef con due ristoranti a Los Angeles, ndr.)».Come è cambiata la ristorazione locale in 50 anni di storia?
« Oggi tutto si è trasformato, soprattutto i gusti e le abitudini delle persone. Spesso accade che il cliente sia soltanto un numero per far aumentare il margine di profitto. Non vedo più quell'attenzione e quel rapporto di confidenza che c'era una volta tra ristoratore e frequentatore del locale. Forse si è persa parte di quella tradizione di ospitalità che ha fatto grande Rimini».Cosa farà nel tempo libero?«Passerò più tempo con i miei cinque nipoti e due pronipoti. Per me la famiglia è sempre stata un valore fondamentale».Un piatto simbolo dell'Embassy erano gli spaghetti alle vongole. Ci svela alcuni trucchi?«Una ricetta semplice ma non banale che nell'esecuzione distingue l'abilità del cuoco. Le vongole devono essere fresche e pescate nell'Adriatico. Si devono far schiudere nello stesso tempo in cui gli spaghetti cuociono in acqua bollente. Una volta cotti, si saltano in padella con le vongole e un goccio di olio extravergine. Tocco finale: una spruzzata di trito di prezzemolo in foglie».
(photo by calca)
